Il termometro della Terra accelera: cosa ci dicono i dati 2026 e l’ondata di calore in Europa

Ultimo aggiornamento: 30/06/2026
termometro della Terra

Il termometro della Terra con i nuovi dati scientifici sul clima e l’ondata di calore che ha colpito l’Europa a fine giugno 2026 confermano una tendenza ormai evidente: il riscaldamento globale avanza rapidamente e i suoi effetti riguardano sempre più da vicino la salute, le città, le infrastrutture e la vita quotidiana.

Il nuovo aggiornamento degli Indicators of Global Climate Change, pubblicato sulla rivista scientifica Earth System Science Data, indica che nel 2025 il riscaldamento globale causato dalle attività umane ha raggiunto 1,37°C rispetto ai livelli preindustriali. Il dato è particolarmente rilevante perché avvicina il pianeta alla soglia di 1,5°C, indicata dall’Accordo di Parigi come limite da non superare per contenere gli impatti più gravi della crisi climatica.

Secondo gli autori del rapporto, se le emissioni continueranno ai livelli attuali, questa soglia potrebbe essere raggiunta intorno al 2030. Il problema principale resta l’accumulo di gas serra in atmosfera. Le emissioni globali hanno raggiunto nel 2024 circa 56,8 miliardi di tonnellate di anidride carbonica equivalente, un valore ancora molto elevato e legato in larga parte all’uso di combustibili fossili. Il cosiddetto “budget di carbonio” residuo, cioè la quantità di anidride carbonica che può ancora essere emessa mantenendo una probabilità di restare entro 1,5°C, si sta riducendo rapidamente: secondo le stime riportate dal rapporto, agli attuali livelli di emissione potrebbe esaurirsi in pochi anni.

Oceani più caldi, mari più alti, ecosistemi sotto pressione

Una parte enorme del calore in eccesso viene assorbita dagli oceani, con conseguenze profonde sugli ecosistemi marini e sul livello dei mari. Il rapporto evidenzia che l’accumulo di calore nel sistema Terra sta influenzando diversi processi: riscaldamento degli oceani, scioglimento dei ghiacci, innalzamento del livello del mare, alterazioni della circolazione atmosferica e marina, degrado del permafrost.

Dal 1901 al 2025 il livello medio globale del mare è aumentato di circa 23 centimetri, con un’accelerazione osservata negli ultimi decenni. Anche le ondate di calore marine sono diventate più frequenti: secondo l’aggiornamento IGCC, i giorni interessati da marine heatwaves (aumenti estremi della temperatura degli oceani per un periodo prolungato) sono triplicati dal 1991. Questi fenomeni non sono lontani dalla nostra vita quotidiana: incidono sulla pesca, sulla biodiversità, sulle coste, sulla sicurezza alimentare e sulla protezione delle comunità esposte agli eventi estremi.

Il termometro della Terra a giugno mostra un’Europa nella morsa del caldo estremo

La concretezza di questi dati si è vista alla fine di giugno 2026, quando una forte ondata di calore ha attraversato l’Europa, portando temperature superiori ai 40°C in diverse aree e nuovi record in Germania, Danimarca e Repubblica Ceca. Reuters ha riportato un valore preliminare di 41,5°C a Möckern-Drewitz, in Germania, 37°C a nord di Aarhus, in Danimarca, e 40,9°C a nord di Praga, nella Repubblica Ceca.

Gli esperti citati da Reuters hanno sottolineato che un’ondata di calore di questa intensità sarebbe stata estremamente improbabile senza il contributo del cambiamento climatico di origine umana. Un aspetto particolarmente importante riguarda le temperature notturne: quando anche la notte resta calda, il corpo ha meno possibilità di recuperare, aumentando il rischio per anziani, bambini, persone fragili, lavoratori esposti e pazienti con patologie cardiovascolari, respiratorie o metaboliche.

Quando il caldo diventa una questione sanitaria

Il caldo estremo non è solo un disagio. È un fattore di rischio clinico. Può favorire disidratazione, colpi di calore, peggioramento di patologie croniche, squilibri pressori, affaticamento cardiovascolare e accessi in pronto soccorso. Per questo la crisi climatica riguarda direttamente anche la prevenzione sanitaria. Durante l’ondata di fine giugno, diversi Paesi europei hanno registrato pressioni sulle infrastrutture e sui servizi. In Francia le temperature oltre i 40°C hanno inciso su trasporti, produzione energetica, scuole ed eventi all’aperto. In Italia il Ministero della Salute ha emesso allerte rosse per numerose città, tra cui Milano, Roma, Torino, Venezia, Genova, Firenze e Bologna.

La stampa internazionale ha inoltre segnalato criticità legate al fiume Po, con riduzione della portata e avanzamento dell’acqua marina verso l’interno, con possibili effetti sull’agricoltura e sugli ecosistemi. Anche il sistema energetico ha mostrato vulnerabilità. L’aumento della temperatura dei fiumi utilizzati per il raffreddamento ha costretto alcune centrali nucleari europee a ridurre o interrompere temporaneamente la produzione, come avvenuto in Ungheria e Svizzera. È un esempio concreto di come il caldo estremo non colpisca soltanto la salute individuale, ma anche l’organizzazione delle società.

Una prevenzione che deve diventare anche ambientale

Il punto non è soltanto registrare nuovi record, ma capire cosa indicano. Il riscaldamento globale rende più probabili, più intense e più pericolose le ondate di calore. Di fronte a questo scenario, servono risposte su due livelli. Il primo è l’adattamento: città più ombreggiate, piani caldo più efficaci, protezione delle persone fragili, accesso all’acqua, luoghi pubblici sicuri, informazione sanitaria chiara e tempestiva. Il secondo è la mitigazione: ridurre rapidamente le emissioni di gas serra, accelerare sulle energie rinnovabili, sull’efficienza energetica, sull’elettrificazione e su modelli produttivi meno dipendenti dai combustibili fossili. Il rapporto IGCC ricorda che le soluzioni esistono già.

La sfida è applicarle con continuità e rapidità. Perché il cambiamento climatico non è più una minaccia futura: è una condizione che sta già modificando il nostro ambiente, la nostra salute e la capacità dei territori di proteggere chi li abita, come dimostrato inequivocabilmente dal termometro della Terra di questi giorni. La prevenzione, oggi, passa anche da qui: riconoscere che proteggere il clima significa proteggere il benessere delle persone.

Articolo a cura di:

Riccardo Pallotta

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