Giornata mondiale dell’Alzheimer: riconoscere i primi segnali

Ultimo aggiornamento: 21/09/2026
giornata mondiale dell'Alzheimer

Ogni anno, il 21 settembre, la Giornata mondiale dell’Alzheimer richiama l’attenzione su una delle principali sfide legate all’invecchiamento della popolazione. Ma parlare di Alzheimer non significa soltanto parlare di perdita della memoria. Significa affrontare il tema della salute cognitiva, della diagnosi precoce, dell’autonomia delle persone e del ruolo che famiglie e società possono avere nell’intercettare per tempo alcuni cambiamenti. La ricorrenza si inserisce nel più ampio World Alzheimer’s Month, promosso ogni settembre da Alzheimer’s Disease International.

Per il 2026 il messaggio scelto è particolarmente significativo: “The Earlier You Know, The More You Can Do: A Dementia Diagnosis Matters”, cioè quanto prima si arriva a conoscere e comprendere il problema, tanto maggiori possono essere le possibilità di intervenire, organizzarsi e accedere al supporto necessario.

Giornata mondiale dell’Alzheimer: non è la stessa cosa della demenza

Un primo chiarimento è importante. La demenza non identifica una singola malattia, ma una condizione caratterizzata da un progressivo deterioramento di memoria, pensiero, comportamento e capacità di svolgere le attività quotidiane. L’Alzheimer è la forma più comune di demenza e secondo l’Organizzazione mondiale della sanità rappresenta circa il 60-70% dei casi. I numeri aiutano a comprendere la dimensione del fenomeno. Secondo i dati più recenti dell’OMS, nel 2021 oltre 57 milioni di persone nel mondo vivevano con una forma di demenza e ogni anno si registrano quasi 10 milioni di nuovi casi.

La demenza rappresenta inoltre una delle principali cause di disabilità e dipendenza tra le persone anziane. Parlare di Alzheimer significa quindi confrontarsi con una questione che coinvolge non soltanto chi riceve una diagnosi, ma anche familiari, caregiver, servizi sanitari e comunità.

Quando la memoria smette di essere una semplice dimenticanza?

Dimenticare occasionalmente un nome, perdere le chiavi o non ricordare immediatamente un appuntamento non significa avere l’Alzheimer. La memoria può essere influenzata da molti fattori, tra cui stress, disturbi del sonno, depressione, alcuni farmaci, consumo di alcol, carenze nutrizionali o alterazioni ormonali. La differenza può emergere soprattutto quando il cambiamento diventa frequente, progressivo e capace di interferire con la vita quotidiana. Tra i segnali che meritano di essere osservati ci sono, per esempio, la difficoltà a ricordare informazioni apprese recentemente, la ripetizione delle stesse domande, problemi nel portare avanti attività abituali, difficoltà nel trovare le parole, disorientamento in luoghi conosciuti oppure una crescente difficoltà nel prendere decisioni e organizzare attività.

L’Alzheimer’s Association sottolinea che la perdita di memoria che interferisce con la vita quotidiana non dovrebbe essere semplicemente attribuita all’età. Anche un cambiamento nel comportamento o nella capacità di gestire autonomamente attività che in precedenza venivano svolte senza difficoltà può rappresentare un elemento da non ignorare. Questo non significa, però, che questi segnali indichino necessariamente l’Alzheimer. È proprio questa una delle ragioni per cui una valutazione professionale può essere importante.

Perché la diagnosi precoce può fare la differenza

Arrivare a una diagnosi in una fase iniziale permette innanzitutto di capire meglio che cosa sta accadendo. Non tutti i problemi di memoria sono infatti riconducibili a una malattia neurodegenerativa. Alcune condizioni possono produrre sintomi cognitivi e richiedere un trattamento specifico. Il percorso diagnostico può quindi servire anche a individuare o escludere altre possibili cause. La valutazione può comprendere un colloquio clinico, la raccolta delle informazioni fornite dalla persona e, quando possibile, da un familiare, test delle funzioni cognitive ed eventuali esami di laboratorio. In presenza di indicazioni specifiche, il medico può inoltre richiedere esami di imaging come la tomografia computerizzata (TAC) o la risonanza magnetica dell’encefalo.

Non esiste un singolo esame capace, da solo, di stabilire la presenza della malattia di Alzheimer. I test cognitivi possono valutare diverse funzioni: memoria, attenzione, linguaggio, orientamento e capacità visuospaziali. Il loro risultato deve però essere interpretato all’interno di un quadro più ampio e tenendo conto anche di fattori come età e livello di istruzione.

Nella giornata mondiale dell’Alzheimer va ricordato anche che non tutto dipende dall’età

Uno degli equivoci più difficili da superare riguarda proprio il rapporto tra invecchiamento e demenza. L’età rappresenta il principale fattore di rischio conosciuto, ma la demenza non è una conseguenza inevitabile dell’invecchiamento. L’OMS sottolinea inoltre che può interessare anche persone più giovani: i casi a esordio prima dei 65 anni rappresentano fino al 9% del totale. La ricerca sta inoltre mostrando quanto la salute cognitiva sia legata a quella generale.

Nel luglio 2026 l’OMS ha pubblicato nuove linee guida sulla riduzione del rischio di declino cognitivo e demenza, indicando che fino al 45% del rischio potrebbe essere associato a fattori modificabili nel corso della vita. Tra quelli indicati figurano inattività fisica, fumo, consumo dannoso di alcol, isolamento sociale, inquinamento atmosferico, ipertensione e diabete. Questo dato non significa che adottare uno stile di vita sano possa garantire di evitare l’Alzheimer. Significa piuttosto che la prevenzione della salute cerebrale può essere considerata parte della prevenzione generale, insieme alla cura della salute cardiovascolare e metabolica.

La salute cognitiva riguarda anche le persone intorno a noi

La diagnosi precoce non riguarda soltanto la persona che presenta i sintomi. Coinvolge anche chi le sta vicino. Un familiare può essere infatti il primo ad accorgersi che qualcosa è cambiato: una telefonata ripetuta più volte, una difficoltà improvvisa nella gestione delle attività quotidiane, una maggiore confusione o un comportamento insolito possono apparire più evidenti a chi osserva la persona nel corso del tempo. Affrontare questi cambiamenti senza trasformarli immediatamente in un’etichetta è importante.

Il primo passo può essere semplicemente parlarne e suggerire un confronto con il proprio medico. Anche per questo la Giornata mondiale dell’Alzheimer rappresenta un’occasione per ridurre lo stigma. La stessa Alzheimer’s Disease International indica tra gli obiettivi della campagna 2026 proprio la necessità di aumentare la consapevolezza sulla diagnosi e contrastare lo stigma e la discriminazione associati alla demenza.

Una giornata per parlare prima, non quando è troppo tardi

Il significato del 21 settembre può quindi andare oltre la semplice sensibilizzazione sulla malattia di Alzheimer. Significa imparare a distinguere una normale dimenticanza da un cambiamento che merita attenzione. Significa sapere che esistono diversi possibili motivi alla base dei disturbi cognitivi e che una valutazione può aiutare a comprenderli. Significa, soprattutto, non rimandare automaticamente una conversazione perché si pensa che “sia soltanto l’età”.

La medicina sta sviluppando strumenti diagnostici sempre più sofisticati e la ricerca sulle terapie sta attraversando una fase di forte evoluzione. Ma prima ancora delle tecnologie e dei nuovi trattamenti rimane un passaggio fondamentale: accorgersi che qualcosa è cambiato e parlarne. La Giornata mondiale dell’Alzheimer ricorda proprio questo. Prestare attenzione ai primi cambiamenti, chiedere informazioni e rivolgersi a un professionista quando necessario significa prendersi cura del proprio futuro e, allo stesso tempo, di quello delle persone che ci sono accanto.

Articolo a cura di:

Riccardo Pallotta

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